Si è tenuto mercoledì 24 giugno, nella sede della Fondazione di Sardegna a Sassari, l’incontro “Sostenibilità dell’Università pubblica in Sardegna. Scenari, strategie e prospettive”, promosso dal CRENoS (Centro ricerche economiche Nord Sud), con le Università di Sassari e di Cagliari e la Fondazione di Sardegna.
L’iniziativa ha aperto un confronto sul futuro del sistema universitario sardo, in una fase segnata dal calo demografico, dalla diminuzione della popolazione studentesca e dagli effetti che questi fattori producono sul finanziamento ordinario degli atenei. Il tema è stato affrontato attraverso l’analisi dei dati, il confronto con esperienze internazionali e una riflessione sulle politiche necessarie per rafforzare il ruolo dell’università nello sviluppo della Sardegna.
In apertura, il Presidente della Fondazione di Sardegna, Giacomo Spissu, ha richiamato il carattere strutturale del tema. “L’università è parte del sistema politico, economico e culturale della Sardegna”, ha affermato, sottolineando come la sua tenuta non riguardi soltanto gli atenei, ma l’intero assetto sociale e produttivo dell’Isola. Secondo Spissu, la diminuzione degli studenti universitari è legata in modo diretto alla crisi demografica e al calo delle nascite, ai quali si aggiunge il dato dell’abbandono scolastico. “Possiamo sapere già oggi quanti saranno i potenziali studenti universitari dei prossimi anni, perché conosciamo il numero dei ragazzi nati diciannove anni fa e negli anni successivi. Questo ci impone di non limitarci a registrare i dati, ma di ragionare sulle conseguenze”.
Il presidente ha posto al centro la necessità di una discussione pubblica sulle strategie di medio e lungo periodo. “La domanda è se possiamo fermarci un momento, non per riposare, ma per fare insieme il punto sulla condizione e sul futuro delle nostre università”, ha detto. Spissu ha evidenziato che il tema non può essere affrontato attraverso interventi isolati, ma richiede politiche collegate: scuola, diritto allo studio, servizi, occupazione femminile, attrattività, accoglienza e formazione. “Le politiche sono di lungo periodo e agiscono su molti livelli” ha aggiunto.
Nel suo intervento, Spissu ha richiamato anche il ruolo della Fondazione nelle politiche di internazionalizzazione, citando il progetto Sardegna ForMed e l’arrivo in Sardegna di studenti provenienti dai Paesi del Mediterraneo. “Non si tratta soltanto di portare qui studenti. Li accogliamo, li sosteniamo nello studio, alcuni restano, altri tornano nei Paesi di origine e diventano classe dirigente. È un tema di relazione, crescita e scambio”. Per il presidente, l’obiettivo dell’incontro è contribuire a una riflessione condivisa: “Non è obbligatorio rassegnarsi. Una delle finalità di questo dibattito è non rassegnarsi e mettere insieme energie e contributi su una questione complessa”.
Luca Deidda, dell’Università di Sassari e del CRENoS, ha introdotto il quadro economico e istituzionale del confronto, partendo dal ruolo strategico dell’università per lo sviluppo regionale. L’università, ha spiegato, è decisiva perché contribuisce alla formazione delle competenze, alla crescita dei percorsi professionali e alla possibilità di trattenere e attrarre giovani nell’Isola. “La demografia avversa, che è una delle cause della difficoltà degli atenei, diventa anche un motivo in più per puntare sull’università”, ha osservato.
Deidda ha illustrato i meccanismi del Fondo di finanziamento ordinario, evidenziando come una parte rilevante delle risorse dipenda dalla performance relativa degli atenei sul piano della didattica e della ricerca. In un sistema competitivo, nel quale la redistribuzione delle risorse avviene a somma zero, la riduzione degli studenti e del peso relativo degli atenei può incidere in modo significativo sulla capacità di programmazione. Gli scenari elaborati dal CRENoS indicano che, in assenza di interventi, il sistema universitario sardo potrebbe subire nei prossimi anni una perdita consistente di risorse. Per sterilizzare questo effetto, ha spiegato Deidda, sarebbe necessario aumentare in modo rilevante il numero degli studenti regolari, un obiettivo che non può essere raggiunto facendo leva solo sul bacino locale.
Da qui la necessità di una strategia regionale integrata, capace di intervenire sull’attrattività del sistema universitario, sulla residenzialità, sul diritto allo studio, sulla qualità dell’offerta formativa e sui modelli istituzionali. “L’alternativa non è decrescere, ma attrarre”, ha sintetizzato Deidda, indicando nell’università uno degli strumenti con cui la Sardegna può provare a contrastare gli effetti dello spopolamento.
La tavola rotonda, coordinata dal giornalista de La Nuova Sardegna, Davide Pinna, ha sviluppato questi temi a partire dal punto di vista degli atenei. Gavino Mariotti, Rettore dell’Università di Sassari, ha richiamato la condizione specifica delle università sarde, che scontano insieme l’insularità e la collocazione nel Mezzogiorno, dentro un sistema nazionale di finanziamento che cambia nel tempo e che spesso impone agli atenei di adattarsi a regole definite altrove. Mariotti ha sottolineato l’importanza di guardare non solo ai numeri degli iscritti, ma anche alla qualità della didattica, della ricerca e alla capacità dei laureati di trovare collocazione nel sistema produttivo e nei servizi del territorio.
Nel suo intervento, Mariotti ha posto anche il tema della residenzialità universitaria e della città come parte dell’esperienza di studio. Accanto agli studenti beneficiari del diritto allo studio, ha osservato, esiste una fascia di studenti che potrebbe scegliere la Sardegna se trovasse servizi adeguati, alloggi, mense, collegamenti e strutture capaci di rendere competitiva l’esperienza universitaria. L’attrattività degli atenei, in questa prospettiva, non dipende solo dall’università, ma anche dalla capacità delle città e delle istituzioni di costruire un contesto ospitale.
Luciano Colombo, Prorettore alla ricerca dell’Università di Cagliari, ha richiamato una criticità di sistema. “Mi chiedo che senso abbia, per una collettività, avere un sistema di università pubbliche che, anziché essere alimentate in maniera sufficiente per assicurare un servizio pubblico, devono sottrarsi risorse l’una con l’altra”, ha affermato, riferendosi alla logica competitiva dei finanziamenti. Colombo ha indicato tra le risposte possibili una maggiore capacità di attrarre studenti anche dal resto d’Italia, oltre che dall’estero, attraverso un’offerta residenziale e formativa più forte.
Secondo Colombo, la residenzialità universitaria non è solo un’infrastruttura, ma un elemento dell’esperienza complessiva di studio. “Non è soltanto una questione di sostenibilità finanziaria, ma anche di offerta di una vera esperienza universitaria”, ha osservato, richiamando il valore di collegi, servizi, occasioni culturali e vita di comunità. Il prorettore ha inoltre evidenziato la necessità di rafforzare la qualità della ricerca e della formazione, perché l’attrattività degli atenei si misura anche sulla preparazione dei laureati e sulla capacità di generare competenze riconoscibili.
Marcello Scalisi, direttore di UNIMED, ha collocato la discussione dentro il quadro euro-mediterraneo. La diminuzione degli studenti, ha ricordato, è un fenomeno che riguarda diverse università italiane ed europee, ma l’Italia presenta anche una quota più bassa di giovani che accedono al sistema universitario rispetto alla media globale. Scalisi ha illustrato l’attività di UNIMED, rete che oggi riunisce 195 università di 25 Paesi dell’area euro-mediterranea e che lavora sui temi della cooperazione accademica, della mobilità, dell’internazionalizzazione, della digitalizzazione e del ruolo delle università nei contesti di crisi.
Scalisi ha richiamato il valore della mobilità internazionale come strumento di apertura e di costruzione di relazioni stabili tra sistemi universitari. In questa prospettiva, ha citato anche Sardegna ForMed, progetto promosso dalla Fondazione di Sardegna con UNIMED e le università sarde, che in oltre dieci edizioni ha coinvolto più di 400 studenti provenienti dai Paesi del Maghreb. “Non sono numeri che risolvono da soli il problema”, ha detto, “ma esperienze di questo tipo costruiscono relazioni, rafforzano l’internazionalizzazione e contribuiscono a una visione più ampia del ruolo dell’università”. Per Scalisi, l’apertura internazionale deve essere considerata non solo in termini di attrazione di studenti, ma come investimento sul sistema di relazioni e sul ruolo della Sardegna nel Mediterraneo.
Fernando P. Cossio, direttore scientifico di Ikerbasque, ha presentato l’esperienza della fondazione basca per la scienza, nata per attrarre ricercatori e rafforzare il sistema scientifico del Paese Basco. Il modello illustrato si fonda su una governance stabile, su investimenti di lungo periodo e su procedure internazionali di selezione del talento scientifico. Ikerbasque lavora per integrare ricercatori nelle università e nei centri di ricerca baschi, sostenendo percorsi di carriera e progetti capaci di attrarre ulteriori risorse, anche europee.
L’esperienza basca è stata proposta come esempio di politica istituzionale costruita nel tempo, con l’obiettivo di rendere più competitivo un sistema regionale della ricerca. Il punto centrale, emerso dal confronto, è la capacità di dotarsi di strumenti stabili, coerenti con una strategia di sviluppo, e di considerarli non come misure episodiche, ma come parte di una politica di lungo periodo.




